No alla cultura della rassegnazione!

L’idea di  formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta eguale facilita l’esercizio del potere (Visconte Alexis De Tocqueville)

In queste settimane non c’è giorno, ora, istante, in cui non ci venga ripetuto che siamo in guerra e che si tratta di un nemico sconosciuto, verso il quale ben poco possiamo.

Credo che in questo momento, straordinario per eccezionalità e gravità, siamo chiamati tutti ad interrogarci, a riflettere e, perché no, fare un mea culpa!   

In questa sede mi sono sforzato di rimanere freddo per partire da considerazioni di ordine più generale e solo apparentemente slegate rispetto alla contingenza del momento. Successivamente cercherò di affrontare temi più specifici.   

Orbene in questi giorni, insieme alla nostra fragilità, abbiamo scoperto di aver vissuto per anni accecati da un delirio di onnipotenza che ha di fatto obnubilato la nostra ragione.

Ci si è lanciati in una corsa sfrenata verso il miraggio della “crescita”, mentre la conquista ed il mantenimento del potere quale strumento fine a se stesso diventavano per tutti l’idem sentire.

Da troppo tempo, ormai, guerre, devastazioni, mezzo pianeta dato alle fiamme, megasfruttamento delle residue risorse ancora disponibili, non suscitano alcuna seria reazione di preoccupazione o sdegno.

In un precedente articolo richiamavo la necessità di interessarsi alla politica, essendo essa la sede in cui si decidono le modalità di svolgimento della vita dell’individuo e della comunità.

E’ chiaro che mancanza di coscienza politica vuol dire mancanza di coscienza sociale mentre, oggi più che mai, l’uomo vive il suo destino di singolo in unità inscindibile col destino della comunità di cui fa parte e riesce o fallisce con essa.

Questa verità è ormai universalmente riconosciuta, ma non si traduce sempre in regola di vita: troppo forte il pregiudizio individualistico.

Molto spesso si cerca di ritagliarsi una sfera di vita personale, un mondo circoscritto di esistenza, nei confini di rapporti affettivi o in ambiti come quello della famiglia e di chiusi gruppi sociali che perseguono finalità particolari, foggiandosi l’illusione di una relativa indipendenza da quanto accade nel resto del mondo.

Né esperienze diverse, come quelle della scuola, valgono a creare il senso del vincolo sociale e della responsabilità personale, dell’interesse comune, anche perché vi manca il senso del confronto con interessi e problemi diversi da contemperare e da armonizzare.

In una comunità equilibrata e democratica occorre, viceversa, non manchi all’esperienza di ognuno un più ampio orizzonte di vita sociale.

E’ infatti in conseguenza di questo mancato “tirocinio” che si crea la sfiducia fatalista nella possibilità che le cose abbiano mai a cambiare.Con questo habitus mentale gli inconvenienti della vita in comune, l’egoismo, la disonestà, gli eventi più o meno drammatici e quant’altro vengono percepiti quali tratti ineliminabili della condizione umana e come tali finiscono per dar luogo ad una vera e propria filosofia della rassegnazione.

Giustamente, diceva Norberto Bobbio che il pessimismo è lo stato d’animo di chi non desidera che il mondo muti perché, intanto, non c’è nulla da guadagnare nel cambio.

Vi sono, nelle cose del mondo, nelle azioni umane, gradi diversi di valore, tra il bene ed il male, tra l’estrema onestà e l’estrema disonestà e, tra i gradi diversi, ve ne sono di tollerabili, di accettabili e di non accettabili.

Occorre, quindi, contrapporre al pessimismo la fiducia nel miglioramento possibile e nella possibilità di un contributo personale al miglioramento. Del resto, la fiducia, l’idealismo morale, è una componente essenziale della vita umana in generale.  

L’ordine delle cose può sempre essere migliorato: è questa la convinzione di fondo dell’uomo moderno. Ed è perciò assurdo, specie di fronte all’enorme progresso tecnico-scientifico di cui siamo testimoni, negare le possibilità di progresso morale.

Il termine progresso non è (o non è solo) un concetto materiale ma, ad una riflessione più attenta, esso sottintende una crescita spirituale e civile. Sul piano individuale e su quello sociale il progresso deve essere fattore di incremento di una condizione di vita libera e dignitosa.

Per avere tutto questo occorre però un impegno personale e questo impegno deve spingere a ripensare il concetto di individuo, concetto che è alla base dell’idea stessa di Stato. L’individuo non può essere un concetto giuridico ed astratto, ma dovrà essere visto come portatore di bisogni e capacità di relazionarsi.

Ebbene questo sconosciuto nemico che oggi, nostro malgrado, ci troviamo a fronteggiare ha avuto un effetto dirompente su tutte le nostre fallaci certezze, ha messo a nudo la nostra vulnerabilità, ci ha fatto scoprire quanto siamo impreparati nell’affrontare situazioni impreviste.

In particolare, come cittadini, abbiamo dato pessima prova di senso civico e consapevolezza e tutt’oggi ancora si fatica per arginare quei comportamenti irresponsabili che hanno contribuito ad aggravare una situazione già di per sé molto grave.

Comportamenti che sono figli della filosofia della rassegnazione e del disinteresse che per troppo tempo si è preferito non vedere se non addirittura alimentare. Adesso che la slavina si è trasformata in una valanga di proporzioni gigantesche si chiede a tutti quell’ impegno personale di cui parlavo prima e si vorrebbe, per incanto, che tutti ritrovassimo il senso civico smarrito come se il senso civico fosse un abito da indossare alla bisogna.

Il senso civico si costruisce nel tempo investendo in sapere, favorendo occasioni di incontro e di confronto, facendo una vera politica del lavoro senza clientele e signori delle tessere, assicurando il diritto ad avere giustizia, investendo davvero in sanità pubblica ed in difesa dell’ambiente.

Solo in tal modo si potrà avere la crescita culturale (nel senso più ampio del termine) di una comunità e questa crescita restituirà un individuo non solo più sensibile ma, soprattutto, capace di coltivare il senso critico e l’esercizio della memoria. In sintesi: un “cittadino”.

Questi sarà molto più esigente, vorrà interrogarsi, capire, e ciò perché avrà acquisito una sensibilità rispetto alle scelte ed alle priorità che attengono alla sua qualità della vita ed alla qualità della vita della comunità in cui vive.

Magari comincerà a pretendere che su determinati servizi e determinati asset non è dato fare profitti e che perciò la loro gestione dovrebbe essere pubblica (si pensi solo alla sanità pubblica ed allo scempio perpetrato in questi anni a vantaggio del privato, ma su questo tornerò in un prossimo articolo), e magari sarebbe anche più difficile fargli bere quei provvedimenti spacciati per “riforme” nel segno della modernità ed il cui scopo è consistito nel radere al suolo i residuali diritti in tema di lavoro e così via.  

Allora tutti coloro i quali saranno investiti della responsabilità di compiere scelte che andranno ad impattare sulla qualità della vita di una comunità avvertiranno la necessità di essere (oltre che apparire) quantomeno credibili. E, piaccia o non, dovranno assumersi la responsabilità delle scelte fatte o non fatte perché adesso slogan e luoghi comuni non avranno più terreno ove attecchire.

Da troppi anni, tuttavia, si è preferito remare contro per favorire disaffezione e disinteresse poiché il “popolo bue” è per sua natura facilmente influenzabile e governabile.

Ecco perché in questa difficilissima congiuntura in cui ‘a livella  pare affacciarsi minacciosa all’orizzonte penso, ma mi auguro sinceramente di sbagliarmi, che si potrà raccogliere solo quanto seminato.

E su quanto e come seminato lascio a voi l’ardua sentenza.

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