25 aprile: In memoria della “Tina vagante”

E’ necessario che le donne comincino a rendersi conto che la partecipazione politica non è un diritto di parità: è prima di tutto un dovere. Il dovere di farsi carico della soluzione dei problemi, di non limitarsi a denunciarli.

Non c’è “forma di carità più alta della politica, dell’impegno per il Paese, per la gente.  La politica può cambiare in meglio la vita dei cittadini”.

La memoria è l’arma pacifica che ci permette di non ripetere gli errori che ci hanno portato al fascismo.

(Tina Anselmi)

Le celebrazioni di personalità e fatti che rappresentano una tappa fondamentale nella costruzione di un paese civile e moderno dovrebbero costituire, innanzitutto, un momento di riflessione vera e, auspicabilmente, di una ancor più vera autocritica.

Riflessione ed autocritica su ciò che si è fatto (e spesso non si è fatto) sulla strada della costruzione di uno stato moderno.

Bisognerebbe chiedersi, ad esempio, se la forbice delle disuguaglianze sia aumentata, se l’ascensore sociale sia di fatto scomparso e così via.

Insomma provare a porsi domande scomode e provare a darsi ancor più scomode risposte.

Solo con questo spirito avrebbe senso celebrare anniversari e uomini che hanno contribuito alla crescita morale, civile ed economica di un popolo.

Diversamente appare tutto come un rito ripetitivo e stantio, financo fastidioso.

Il 25 aprile, per non parlare del primo maggio, hanno ormai perso la “spinta propulsiva”. Sono ridotti a contenitori vuoti: parole, parole…..e concertone in piazza S. Giovanni. Mah!

Ritengo che gli anniversari più che vuotamente celebrati andrebbero studiati.

E tuttavia, come accennavo sopra, studiarli potrebbe invero risultare assai scomodo qualora si fosse fatto troppo poco nel solco di chi si è speso per la libertà e la giustizia sociale.

Il mio 25 aprile è dedicato a Tina Anselmi, una donna frettolosamente dimenticata, una cattolica vera e perciò libera, una donna scomoda specialmente per i suoi compagni di partito.

La “Tina vagante”, come venne soprannominata dai suoi compagni di partito, era una donna imprevedibile e fuori dagli schemi, era una pugnace ragazza democristiana della provincia veneta (era nata a Castelfranco Veneto – Treviso).

Di famiglia antifascista e socialista, ha sempre saputo da che parte stare.

Da giovane staffetta partigiana a sindacalista in difesa delle lavoratrici del tessile (quando stare dalla parte delle donne non era di moda) fino a diventare la prima donna ministro in Italia. Fu prima al dicastero del lavoro e poi a quello della sanità.

Si deve a lei la nascita del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978.  Una riforma che promuove principi fondamentali (la globalità delle prestazioni, l’universalità dei destinatari e l’uguaglianza del trattamento, necessarie a garantire la tutela della dignità e della libertà della persona) ed è osteggiata da parte degli enti sanitari privati (e da frange politiche, anche nel suo partito) perché intacca interessi di potere e denaro. Tuttavia nulla di tutto questo preoccupa la “Tina vagante” che di nemici, del resto, è abituata ad averne tanti, anche tra i colleghi di partito.

Tra i suoi nemici ci furono anche Licio Gelli e tutto il sistema gravitante intorno alla loggia massonica P2. Infatti Il 10 novembre 1981 la Anselmi viene incaricata dalla presidente della Camera Nilde Iotti a presiedere i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2.

Durante l’incarico viene pedinata, minacciata e subisce gravi intimidazioni (tra cui il ritrovamento di 7 chili di tritolo davanti alla sua abitazione). Lei va avanti, ma anni dopo sarà costretta a commentare che, nonostante i risultati presentati dalla Commissione e l’approvazione della legge Anselmi contro le associazioni segrete, “molti uomini della P2 passarono indenni”.

E se non diventò Presidente della Repubblica fu anche perché la Anselmi era una donna che sapeva sempre scegliere da che parte stare, mai incline a compromessi o scelte di convenienza.

Questa veneta di umili origini ma forte di spirito non ha mai dato nulla per scontato, soprattutto le vittorie e i risultati ottenuti: “Le conquiste non sono mai definitive”. Come non lo è la libertà, per la quale lottò da staffetta partigiana: “La libertà va riconquistata ogni giorno con le proprie scelte. È questa la principale tra le regole della democrazia, che si appella a tutti e che non distingue i cittadini per ricchezza, appartenenza sociale, cultura”.

Una eminente figura del popolarismo sturziano, della Resistenza e della cosiddetta “Prima Repubblica”. Un riferimento troppo scomodo per tutti, cattolici compresi. Da dimenticare in fretta!

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