Riflessioni in tempo di Covid

C’è voluta l’epidemia da Covid per mettere a nudo tutto quanto non fatto o fatto male da almeno trent’anni, specie in campo e sanitario.

Qualcuno dirà che l’eccezionalità dell’evento non poteva non mandare in affanno il sistema sanitario visto che anche altri paesi, la Germania ad esempio, sono andati in seria difficoltà.

E tuttavia io credo che dovremmo provare a riflettere su come eravamo messi immediatamente prima dell’arrivo dell’epidemia che, per inciso, non è affatto arrivata all’improvviso (si veda dal blog l’articolo Un giorno all’improvviso?…Ma mi faccia il piacere! ). Riporto un dato relativo ai posti disponibili in terapia intensiva prima della pandemia:

Italia, circa 5600 posti per 60 milioni di abitanti

Germania, circa 28000 posti per 80 milioni di abitanti

e considerando il notevole volume di risorse impiegate in sanità in tutti questi anni, viene da chiedersi che tipo di programmazione abbiano fatto i numerosi “competenti” che si sono avvicendati al governo negli ultimi decenni.

E se è vero che anche altri paesi erano messi come l’Italia, se non peggio, va però detto che in proporzione l’Italia ha speso in sanità più di molti altri. Il problema è “come” si è speso.

Quando, oltre quaranta anni fa, veniva istituito il Servizio Sanitario Nazionale, fortemente voluto dalla ministra della sanità dell’epoca, la cattolica Tina Anselmi, alle regioni spettava il compito di organizzare la sanità territoriale in modo da assicurare quel diritto alla cura e all’assistenza che la Costituzione annovera tra i principi fondamentali.

Va detto, però, che molte furono le perplessità sulla effettiva operatività della riforma.

A questo proposito mi è capitato di leggere quanto ebbe a dire Gabriele Pescatore, già presidente della cassa del mezzogiorno, nel suo incontro con la ministra Anselmi: (…) Perché questa riforma diventi seriamente operativa occorre far funzionare otto leggi nazionali e trentaquattro leggi regionali (…).  Manca ogni forma di sincronismo, è un’impresa disperata.

E ad Andreotti, all’epoca presidente del consiglio: State dando la sanità in mano alle camarille della peggiore politica, che è quella locale; lottizzeranno i direttori delle aziende sanitarie, sceglieranno i primari e decideranno loro perfino chi assumere come infermiere; aumenteranno spaventosamente le disuguaglianze; tutto questo dentro un coacervo mostruoso e inattuabile di leggi e regolamenti di ogni tipo.

Se a questo si aggiunge tutto quanto fatto (o non fatto) dai “competenti” che hanno guidato il governo negli anni successivi non ci si meravigli se oggi ci ritroviamo una sanità di guerra, che non assicura affatto i livelli fondamentali di assistenza. In tutte le regioni (dove più, dove meno) non sono più garantiti i servizi di pronto soccorso e diagnostica extra Covid: non si tratta soltanto del cattivo funzionamento del sistema sanitario ma ormai dell’impossibilità di accesso al servizio sanitario. In casi del genere il governo ha una enorme responsabilità: non può fingere di ignorare e lasciar fare, ma dovrebbe intervenire di imperio per sottrarre la gestione della sanità alle regioni (L’ Art. 120 della Costituzione prevede che nei casi di grave pericolo per l’incolumità pubblica lo Stato possa sostituirsi alle regioni). Naturalmente pensare che ciò possa avvenire sarebbe una pia illusione: le regioni sono una fabbrica di consenso e il consenso è sempre benvenuto anche se fatto sulla pelle di cittadini inermi per i quali sono aperte le porte dei cimiteri più che degli ospedali.    

1 commento su “Riflessioni in tempo di Covid”

  1. Il sistema sanitario regionalizzato ha mostrato tutte le sue debolezze. Sulla sanità è necessaria una politica nazionale. Credo che il Titolo V vada rimesso in discussione.

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